ROVIGO – Il teatro sa ancora far ridere, commuovere e riflettere nello stesso istante. Lo ha dimostrato “Classe de fero”, la commedia presentata domenica 2 agosto dal Gruppo Teatrale Il Gabbiano APS di Trieste, protagonista del secondo appuntamento dedicato alla prosa della XXVII edizione del Festival Teatro delle Regioni. Nella splendida cornice del Chiostro del Monastero degli Olivetani il pubblico ha seguito con attenzione e partecipazione gli ottanta minuti di spettacolo, tributando alla compagnia friulana un lungo e convinto applauso finale, segno evidente dell’apprezzamento per una rappresentazione che ha saputo unire comicità e poesia, leggerezza e profonda umanità.
Ad aprire la serata è stato Bruno Candita, che ha ricordato come il Festival continui, dopo ventisette edizioni, a rappresentare un’importante occasione di incontro tra compagnie provenienti da diverse regioni italiane, accomunate dalla volontà di valorizzare il teatro amatoriale di qualità e le rispettive identità culturali.
Sono quindi seguiti gli indirizzi di saluto istituzionali. La presidente della Fondazione Rovigo Cultura, Gianna Previato, ha sottolineato come «il teatro sia uno dei luoghi privilegiati dell’incontro, capace di creare relazioni autentiche, far dialogare le persone e rafforzare il senso di comunità attraverso il linguaggio universale delle emozioni». In rappresentanza del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Banca del Monte di Rovigo è intervenuta Barbara Bonvento, che ha ribadito il valore culturale del progetto Teatro delle Regioni, evidenziando il forte legame tra la rassegna e il Premio Xanto Avelli, riconoscimento che valorizza il giudizio del pubblico e mantiene vivo il collegamento tra il teatro contemporaneo e il patrimonio artistico custodito dal Museo dei Grandi Fiumi.

Sul palcoscenico è quindi approdata una delle opere più fortunate di Aldo Nicolaj, proposta in una veste originale e sorprendentemente efficace. L’adattamento in dialetto triestino firmato da Monica Parmegiani non si limita infatti a trasporre il testo nella parlata giuliana, ma introduce una scelta drammaturgica particolarmente felice trasformando in figure femminili due dei protagonisti originariamente maschili. Una soluzione intelligente, mai artificiosa, che rinnova la commedia senza alterarne lo spirito, donando ulteriore freschezza ai dialoghi e rendendo ancora più immediata l’identificazione del pubblico con i personaggi.
Quello che avrebbe potuto essere un semplice esercizio di adattamento si rivela invece una rilettura autentica dell’opera. Il cambiamento di genere dei personaggi non modifica il messaggio di Nicolaj, ma anzi ne amplifica la dimensione emotiva, offrendo nuove sfumature ai rapporti tra i protagonisti e rendendo ancora più intenso il racconto dell’amicizia, della solidarietà e della fragilità umana.
La storia prende vita dall’incontro casuale di due anziane signore profondamente diverse per carattere che, tra schermaglie, battute pungenti e reciproche confidenze, finiscono per costruire un legame sincero. A loro si unisce un ex maestro in pensione, uomo sensibile e riservato, dando origine a un piccolo universo fatto di ironia, affetto e complicità. L’equilibrio viene improvvisamente spezzato quando una delle due donne scopre che i figli hanno deciso di trasferirla in una casa di riposo. Da qui nasce quella che è, forse, la pagina più bella della commedia: una fuga non tanto fisica quanto morale, il desiderio di riaffermare il diritto di continuare a scegliere della propria vita anche quando la società sembra considerare gli anziani un peso piuttosto che una risorsa.
È proprio questa la grande forza del testo di Nicolaj: affrontare temi delicati senza mai scivolare nella retorica. La vecchiaia, la solitudine, la paura dell’abbandono, il bisogno di sentirsi ancora utili e amati vengono raccontati con una scrittura lieve, capace di strappare risate sincere e, pochi istanti dopo, di lasciare spazio a una riflessione profonda. Il sorriso non cancella il dolore, ma lo rende più umano, più vicino, più condivisibile.

Determinante per la riuscita dello spettacolo è stata la qualità dell’interpretazione dei tre protagonisti, capaci di costruire personaggi credibili e ricchi di sfumature.
Monica Parmegiani, interprete di Libera Bravin e autrice dell’adattamento, firma probabilmente la prova più completa della serata. Il suo personaggio è impulsivo, ironico, talvolta pungente, ma sempre animato da una vitalità contagiosa. L’attrice domina la scena con naturalezza, gestendo con precisione i tempi della comicità e lasciando emergere, dietro l’apparente durezza, tutta la fragilità di una donna che teme di perdere la propria indipendenza.
Sabrina Censky Gojak, nel ruolo di Licia Lenardon, offre un’interpretazione energica e brillante. Il suo personaggio vive di continue sfumature: dolcezza, timidezza, ironia, malinconia e speranza convivono con straordinaria naturalezza. Ogni gesto, ogni pausa, ogni sguardo appare calibrato con grande sensibilità, permettendo al pubblico di cogliere il lato più intimo del personaggio. La sua interpretazione dimostra come sia possibile emozionare senza mai eccedere, affidandosi esclusivamente alla sincerità della recitazione.
A completare il trio è Roberto Creso, convincente nei panni del maestro Marino, figura discreta ma fondamentale nell’economia della storia. Con eleganza e misura riesce a diventare il punto di equilibrio tra le due protagoniste, incarnando quella saggezza silenziosa che tiene unito il gruppo. Il suo personaggio ascolta più di quanto parli, osserva, comprende e accompagna gli altri con una sensibilità che non ha bisogno di essere esibita per risultare autentica.
L’intesa tra i tre interpreti è probabilmente il vero punto di forza dello spettacolo. I dialoghi scorrono con assoluta naturalezza, i tempi scenici sono sempre precisi e il dialetto triestino, anziché creare distanza, diventa un elemento di ulteriore autenticità, conferendo ai personaggi calore, musicalità e una straordinaria spontaneità.

Merita un plauso anche la regia di Riccardo Fortuna, sobria e intelligente, che sceglie di mettere completamente al servizio degli attori la macchina scenica. Nessun effetto superfluo, nessuna ricerca di facili artifici: tutto è costruito per lasciare spazio alla forza della parola, ai silenzi, agli sguardi e ai rapporti tra i protagonisti. Una scelta che valorizza pienamente un testo capace, a oltre cinquant’anni dal suo debutto, di mantenere intatta la propria attualità. Non sorprende, dunque, che “Classe de fero” sia tra i finalisti del Gran Premio FITA Friuli-Venezia Giulia.
Prima della conclusione della serata il Festival ha vissuto anche un momento particolarmente significativo. Una rappresentanza de L’Armonia APS – Associazione tra Compagnie Teatrali Triestine, presente a Rovigo insieme al Gruppo Il Gabbiano APS, ha consegnato al direttore artistico del Festival Emilio Zenato il XXV Premio “Ave Ninchi” quale miglior interprete del 30° Festival Internazionale Ave Ninchi – Teatro nei Dialetti del Triveneto e dell’Istria, svoltosi a Trieste nel dicembre 2024.
Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato per l’interpretazione di Filippo Sormani nella commedia “Donna Canasta” di Miro Penzo, adattata e diretta dallo stesso Zenato. Nella motivazione la giuria ha evidenziato la sua «interpretazione di straordinaria intensità, equilibrio e sensibilità scenica», sottolineando la capacità di restituire al personaggio «profondità umana, raffinata ironia e autentica forza espressiva». Il premio riconosce anche il valore della regia, giudicata capace di valorizzare il testo e gli interpreti «con coerenza, ritmo e intelligenza teatrale». La consegna del riconoscimento è stata accolta da un caloroso applauso del pubblico, trasformandosi in un ulteriore motivo di soddisfazione per il Gruppo Teatrale Il Mosaico.

La serata si è conclusa con la tradizionale degustazione, ulteriore elemento distintivo di una manifestazione che continua a coniugare teatro, cultura e valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche del territorio.
Al termine dello spettacolo gli spettatori sono stati inoltre invitati a esprimere la propria preferenza per il Premio Xanto Avelli, il riconoscimento che sarà assegnato alla compagnia più apprezzata della XXVII edizione del Festival.
Il Festival Teatro delle Regioni è organizzato dal Gruppo Teatrale Il Mosaico, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, della Fondazione Rovigo Cultura e di Bvr Banca Veneto Centrale, con il patrocinio della Regione del Veneto, della Provincia di Rovigo e del Comune di Rovigo.
La rassegna proseguirà martedì 4 agosto, alle ore 21.15, con il terzo appuntamento dedicato alla prosa. Dal Lazio arriverà la compagnia La Bottega RebArbò di Roma che porterà in scena “Il cappello di carta” di Gianni Clementi, con la regia di Enzo Ardone, promettendo un’altra intensa serata di teatro sotto le stelle nel suggestivo Chiostro del Monastero degli Olivetani.



































