Arquà Polesine (RO) – Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, quanto è cambiato il loro ruolo nella società e nelle istituzioni? E quanto resta ancora da fare per raggiungere una piena parità nella rappresentanza politica? Sono alcuni degli interrogativi affrontati nel corso dell’incontro “La democrazia è entrata sorridendo – 80 anni dal voto alle donne”, che venerdì 9 ottobre ha richiamato un pubblico numeroso e partecipe ad Arquà Polesine.
L’iniziativa, promossa dalla Biblioteca comunale nell’ambito della maratona regionale “Il Veneto legge”, quest’anno dedicata al tema “Il valore del ripartire”, ha proposto un percorso tra storia, diritto e statistica per ricostruire una delle conquiste fondamentali della democrazia italiana.
Ideato dal Comitato della Biblioteca, l’appuntamento ha ripreso una precedente iniziativa della Direzione scientifica della Casa Museo Giacomo Matteotti, sviluppandone i contenuti attraverso il contributo di studiosi ed esperti.
Ad aprire la serata è stata Giorgia Brandolese, presidente della Biblioteca e consigliera comunale, che ha introdotto gli argomenti della tavola rotonda e ringraziato i relatori, le volontarie, il Comitato e l’Amministrazione comunale. Presenti anche i componenti della Giunta Angela Maldina e Luca Andretto e il consigliere comunale Luigi Carlesso.
Il primo approfondimento è stato affidato a Maria Lodovica Mutterle, direttrice della Casa Museo Giacomo Matteotti, intervenuta in sostituzione del professor Gianpaolo Romanato, impossibilitato a partecipare.
La studiosa ha analizzato il rapporto tra le donne e il regime fascista, soffermandosi sul modello femminile imposto dalla propaganda e dalle politiche dell’epoca.
In quella visione, il ruolo della donna era prevalentemente ricondotto alla dimensione domestica e familiare, con particolare enfasi sulla maternità e sui doveri di moglie. L’indipendenza economica, il lavoro e l’autodeterminazione rappresentavano invece aspirazioni difficilmente conciliabili con l’ideale femminile promosso dal regime.
Un quadro che ha consentito di comprendere meglio il significato della successiva conquista dei diritti politici, maturata nel contesto della caduta del fascismo e della nascita della Repubblica.
Particolarmente articolato l’intervento di Paolo Veronesi, docente di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara, che ha ripercorso le tappe storiche e giuridiche del riconoscimento del suffragio femminile.
Partendo dalle riflessioni del filosofo John Stuart Mill, Veronesi ha richiamato anche il significato delle parole utilizzate per definire i soggetti titolari dei diritti. Un esempio è la distinzione, nella lingua inglese, tra man, storicamente impiegato anche con una pretesa di universalità, e person, termine che identifica l’individuo indipendentemente dal genere.
L’analisi è proseguita attraverso lo Statuto Albertino e le contraddizioni di un sistema nel quale il riconoscimento formale dei diritti non coincideva necessariamente con la loro effettiva estensione a tutta la popolazione.
Il docente ha inoltre chiarito la differenza tra elettorato attivo, ossia il diritto di votare, ed elettorato passivo, che consiste nella possibilità di candidarsi ed essere eletti.
Un passaggio centrale è stato dedicato alle donne che, dopo aver partecipato alla Resistenza, contribuirono alla costruzione delle istituzioni repubblicane.
Pur provenendo da esperienze e orientamenti politici differenti, le donne elette all’Assemblea Costituente seppero portare nel dibattito istanze legate all’uguaglianza, alla dignità e al riconoscimento dei diritti. Tra le figure ricordate anche Lina Merlin, protagonista di importanti battaglie per l’emancipazione femminile.
Veronesi ha richiamato due momenti decisivi del 1946: le elezioni amministrative di marzo, nelle quali le donne poterono votare ed essere elette, e il 2 e 3 giugno, quando parteciparono al referendum istituzionale e all’elezione dell’Assemblea Costituente.
Fu una svolta destinata a modificare profondamente la vita politica e civile del Paese.

Dalla ricostruzione storica si è passati all’analisi statistica con l’intervento di Susi Osti, ricercatrice dell’Istat, che ha illustrato alcuni dei cambiamenti intervenuti nella società italiana nell’arco di un secolo.
Partendo dalle analisi realizzate in occasione del centenario dell’Istituto nazionale di statistica, Osti ha evidenziato le profonde trasformazioni nei livelli di istruzione e nella condizione femminile.
Tra gli aspetti affrontati, il fenomeno dell’analfabetismo, che in passato interessava in misura particolarmente significativa le donne, limitandone le opportunità di partecipazione alla vita sociale e pubblica.
Lo sguardo si è poi allargato alla situazione internazionale, ricordando come in alcune parti del mondo persistano ancora ostacoli e restrizioni all’esercizio dei diritti politici femminili.
Un altro tema centrale è stato quello della rappresentanza delle donne nelle istituzioni. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni, la presenza femminile negli organismi politici rimane inferiore a quella degli uomini.
Secondo il quadro illustrato dalla ricercatrice, il Veneto presenta alcuni risultati relativamente positivi, pur all’interno di una situazione nella quale la piena parità di rappresentanza resta un obiettivo da perseguire.
L’incontro di Arquà Polesine ha messo in relazione tre prospettive differenti ma complementari: la condizione femminile durante il fascismo, il lungo cammino giuridico verso il suffragio universale e l’evoluzione della partecipazione delle donne nella società contemporanea.
Ne è emerso come il diritto di voto, conquistato ottant’anni fa, non abbia rappresentato il punto d’arrivo dell’emancipazione femminile, ma una tappa fondamentale di un processo più ampio, che riguarda l’accesso alle opportunità, l’indipendenza economica e la possibilità di partecipare pienamente alle decisioni collettive.
Una riflessione che si inserisce nel tema scelto per l’edizione 2026 de “Il Veneto legge”, “Il valore del ripartire”, richiamando il significato della ricostruzione democratica del dopoguerra e l’importanza di continuare a interrogarsi sui diritti e sulla loro effettiva attuazione.





































